Print articleLA VERA STORIA DEL PROCESSO CONTRO SWAMI
PREMANANDA RACCONTATA DA ARULJOTHY ACHYUTHAN

Aruljothy with Swami Premananda (2002)
Aruljothy Achyuthan

Voglio cogliere questa opportunità per raccontare a tutti quello che mi è successo. Io e le altre ragazze, insieme a Swami Premananda e a coloro che sono stati accusati insieme a lui siamo stati vittime dell’avidità, della violenza e della malvagità della natura umana. Mia madre era sola e molto povera così affidò mia sorella maggiore Padma, mio fratello minore Balamurugan e me a Swami Premananda. Siamo cresciuti insieme a lui e a molti altri giovani dello Sri Lanka provenienti da situazioni analoghe. Risiedevamo nell’ashram e orfanotrofio Pubalakrishna di Matale nello Sri Lanka. Sono giunta in India nel 1985 e Swami Premananda insieme alle altre persone dell’ashram si occupava di noi con attenzione e con amore. Dall’età di due anni sono vissuta nell’ashram nello Sri Lanka e poi in India insieme ad altri orfani, fino ai terribili eventi del novembre 1994, quando Swami Premananda fu arrestato.

Dopo l’apertura dell’ashram in India nel 1989 cominciarono a giungere persone da ogni parte del mondo ed eravamo occupati dal primo mattino fino a tarda sera. E’ a quell’epoca che alcuni residenti dell’ashram e persone esterne si sentirono insoddisfatti e cominciarono a complottare contro Swami Premananda.

Per esempio la ragazza Suresh Kumari si rendeva conto di non essere bella e magra come le altre ragazze ed era molto gelosa. Non le era mai piaciuto l’ambiente spirituale e cercava sempre molte esperienze sensuali. Era un peccato perché era una ragazza intelligente e aveva anche lati buoni, cantava bene i bhajan ed era un buon capogruppo. Come tutti aveva anche difetti che furono utilizzati da alcune persone per influenzarla e corromperla.

Un’altra persona era Ambikananthan, un devoto che viveva nell’ashram con la famiglia. Swami Premananda l’aveva aiutato dandogli una casa e aiutandolo finanziariamente. Però lui pensava sempre che avrebbe dovuto avere una posizione importante nell’ashram, ma Swami Premananda non dà mai incarichi di rilievo a quelli che lo desiderano. Lo dà soltanto alle persone umili che hanno un buon cuore e non abusano del loro potere.

Anand Mohan era un alcolizzato e un drogato e voleva sposare una devota tedesca, ma Swami Premananda aveva consigliato la ragazza di non sposarsi con lui. Anand ne fu molto amareggiato e desiderò vendicarsi.

Un’altra persona ancora era Mark Dennis, un giovane americano che si sentì rifiutato quando Swami Premananda non gli diede l’iniziazione a sannyasin come ad alcune altre persone ed era molto turbato. Ambikananthan, Anand Mohan e Marc cercarono d’influenzare alcune ragazze contro Swami Premananda, ma loro non li presero sul serio. Invece Suresh Kumari e una donna trentenne chiamata Latha parteciparono al terribile piano per rovinare Swami Premananda e l’ashram.

Furono Anand Mohan e Mark a far fuggire dall’ashram Suresh Kumari e Latha che raccontarono ai giornali storie inventate su Swami Premananda. Si trattava di storie terribili e tutto quello che dissero erano menzogne. Immediatamente i quotidiani e le riviste di tutta l’India misero Swami Premananda in prima pagina con quelle menzogne. Poi pubblicarono improvvisamente articoli in cui si diceva che aveva violentato tutte le ragazze più grandi dell’ashram. Eravamo veramente spaventati. Non potrò mai dimenticare il giorno del compleanno di Swami Premananda, il 17 novembre 1994. Erano arrivati più di 2000 devoti, molti per manifestargli la loro solidarietà di fronte agli attacchi della stampa. Vennero anche molti giornalisti. Noi, le ragazze più grandi, non smettevamo di piangere, improvvisamente la nostra vita semplice e tranquilla era stata distrutta.

Il 18 novembre più di 100 poliziotti armati giunsero nel nostro sacro ashram e la notte stessa le poliziotte ci interrogarono. Volevano che dicessimo che Swami Premananda ci aveva violentate. Come potevamo affermare questo? Era qualcosa di oltraggioso e di malvagio, noi eravamo state educate a dire sempre la verità. Il 19 novembre arrestarono Swami Premananda e quando lo portarono via noi gridavamo e piangevamo, era un incubo. Il giorno dopo ritornarono e presero noi ragazze. Non prendemmo vestiti né cose personali, non ci pensai perché la polizia disse che era una cosa di ordinaria amministrazione, dovevamo fare una dichiarazione e poi saremmo ritornate nell’ashram all’ora di pranzo. Ma la spaventosa realtà è che potei rivedere la mia casa soltanto nel marzo del 1997! Tutta la mia vita cambiò e divenni una vittima, non di Swami Premananda, ma della polizia e di coloro che erano sotto la sua influenza.

Il nostro incubo incominciò negli uffici della polizia femminile di Pudukottai, dove ci obbligarono a spogliarci. Avevamo paura e vergogna perché dovevamo rimanere nude in pubblico, mentre sul balcone alcuni uomini ci stavano osservando. Le poliziotte ci infilarono dei lunghi spilli sotto le unghie, ci torturarono e ci picchiarono violentemente con le mani e con dei bastoni affinché confessassimo che Swami Premananda ci aveva molestate. Ci avevano portate via per farci questo e nella sentenza è detto che se fossimo state esaminate nell’ashram (secondo la legge indiana una donna dev’essere interrogata nel luogo in cui vive) saremmo state influenzate da Swami Premanandaji e non avremmo detto la verità.

Cito quanto afferma la sentenza: “Le ragazze furono esaminate senza indugio nella centrale di polizia femminile, che naturalmente forniva un’atmosfera adatta all’interrogatorio… L’avvocato dell’accusato ha presentato un’eloquente lagnanza dicendo che mentre le ragazze erano nella centrale della polizia femminile furono usati metodi di terzo grado e di conseguenza le testimonianze delle vittime erano gravemente compromesse. Si doveva far riferimento alla dichiarazione di Aruljothi, la quale aveva detto “soltanto dopo che la polizia ha bastonato me e le altre ragazze abbiamo detto che Swami Premananda ci aveva violentate ». Anche se è stata usata la forza, l’uso di una leggera violenza può essere stato essenziale per vincere la riluttanza delle vittime e liberarle dalla paura. Tale leggera violenza non è stata usata per indurre paura nelle vittime in modo da inficiare il valore delle loro dichiarazioni.

Quindi il giudice ammette che ho detto la verità in tribunale all’inizio del processo nel gennaio 1995, ammette anche che contro di noi è stata usata la violenza, ma non è affatto vero che fosse leggera. Ripeto, perché si sappia la verità, che siamo state picchiate, torturate e sottoposte ad altre orribili umiliazioni sessuali dalle poliziotte, posso dirvi anche i loro nomi. In vita mia non ho mai sentito che le vittime di violenze sessuali debbano essere picchiate per dire quello che hanno subito. E’ soltanto nelle mani della polizia che siamo diventate vittime.

Ci tennero per 15 giorni in una piccola stanza buia. La loro unica motivazione era quella di farci affermare che Swami Premananda ci aveva violentate e ci aveva fatto delle cose terribili. Ci costrinsero a firmare dei fogli in bianco sui quali scrissero quello che volevano. Alcune ragazze furono picchiate così violentemente che svennero, altre gridavano dal dolore. Questo perché ci rifiutavamo tutte di dire menzogne su Swami Premananda. Ci minacciavano continuamente. Naturalmente gridavamo e pregavamo Swami Premananda, ma se dicevamo il suo nome ci picchiavano ancora di più. Non sapevamo se fosse giorno o notte. Alcune ragazzine come Vellayamma e Lilismary erano poco più che bambine, ma picchiavano anche loro violentemente.

Ci costrinsero ad andare nel Rani Hospital di Pudukottai e senza il consenso di alcun adulto ci sottoposero ad esami medici. La cosa peggiore fu il test di verginità, una cosa veramente umiliante. Com’è possibile che sia permesso fare cose del genere? Alcune ragazze avevano i genitori a Trichy, ma la polizia non chiese mai il loro permesso per fare i test. Quello che è peggio è che il test fu fatto in condizioni barbare e antigieniche, con molta crudeltà. Ci tenevano ferme e infilavano dei bastoncini di legno delle dimensioni di una matita nelle nostre parti intime. Eravamo nude dalla cintola in giù e gridavamo dal dolore, molte sanguinavano, era come farci violenza. Molte persone stavano guardando. Il peggio è che pubblicarono i falsi risultati dei loro test sui giornali, danneggiandoci ancora di più.

Ci dissero che ci avrebbero riportate all’ashram ma era una bugia e partendo da Pudukottai ci rendemmo conto che stavamo andando a Madras. Questo fu l’inizio di due anni e mezzo di menzogne e di vergogna. La polizia ci condusse ad una casa per i poveri chiamata Udavum Karangal gestita dal sig. Vidyakar. Ci dissero che l’ashram era stato chiuso e che tutti erano stati portati in campi per rifugiati. Il poliziotto che aveva organizzato tutto questo terrore, l’ispettore Kuppuswami ci disse che se avessimo testimoniato contro Swami Premananda il governo ci avrebbe dato 500.000 rupie, due acri di terra, gioielli d’oro e molti vestiti. Alcune di noi dissero che desideravano morire e una ragazza, Princy, tentò d’impiccarsi al ventilatore della stanza. Allora ci misero sotto sorveglianza costante.

Poi, per qualche motivo, mi isolarono per riservarmi un trattamento speciale. A causa delle ripetute percosse della polizia, nel gennaio 1995 mi ammalai seriamente, avevo una grave diarrea ed ero costretta a letto. Fui inviata all’ospedale dove mi diedero delle soluzioni saline. Kuppuswami e Vidyakar mi costrinsero a firmare una lettera per un giudice della High Court di Madras, affermando che Swami Premananda mi aveva violentata varie volte prima del suo arresto e che ora ero incinta di tre mesi. Dovetti scrivere che mi pentivo di aver mentito affermando di aver avuto una relazione con una persona dell’ashram, effettivamente per un certo tempo ero stata fidanzata con Satish Kumar. L’ispettore Kuppuswami e Vidyakar mi dissero che se non avessi firmato la lettera e altri documenti mi avrebbero picchiata violentemente. Poi mi costrinsero ad andare in tribunale e dire queste cose. Il fatto fu riportato per esteso dal quotidiano Indian Express, desideroso di dimostrare che i suoi articoli scandalistici su Swami Premanandaji scritti nel novembre 1994 corrispondevano a verità.

Queste storie tennero le prime pagine dei giornali per mesi. Il mio ritratto e la mia storia apparvero su tutti i giornali e dei manifesti su di me circolarono in tutta l’India del sud. Alcune riviste ritagliarono la mia foto e la appiccicarono accanto a quella di Swami Premananda, facendo apparire che stessi seduta sulle sue ginocchia. Più tardi fecero anche di peggio, inviarono un feto affinché si determinasse il DNA e dissero che il bambino era mio e di Swami Premananda. I loro documenti erano pieni di menzogne e di cose inventate.

Rimanemmo imprigionate per due anni a Udavum Karangal, Vidyakar era molto violento con noi. Alcuni mesi prima di essere chiamate a testimoniare al processo fummo trasferite a Pudukottai, in un’altra casa per persone bisognose chiamata Steps. In quel posto fummo istruite sistematicamente a raccontare storie false e disgustose contro Swami Premanandaji. Stranamente ciò veniva fatto dagli avvocati che lavoravano per la polizia, due donne, Sudha Ramalingam e Vasuki e i signori Sukumaran e Muraleedharan. Persino la pubblica accusa, il sig. Varadarajan, prese parte a questa montatura, per cui si può capire che tutto il processo era stato organizzato dall’accusa. Dovevamo imparare a memoria quello che dovevamo dire durante la notte e ripeterlo all’ispettore e agli avvocati. E’ in questa occasione che Kuppuswami mi attaccò colpendomi direttamente agli occhi con il pugno. Per questo motivo ancora oggi soffro di gonfiore e di irritazione agli occhi. Se non ripetevamo correttamente le nostre false dichiarazioni venivamo picchiate e non ricevevamo nulla da mangiare.

Durante il processo era terribile per noi vedere Swami Premananda e gli altri accusati dell’ashram. Era una cosa infernale vedere non solo il mio padre adottivo ma anche il mio fidanzato Satish Kumar. Avevo l’impressione che la mia vita fosse finita e anche la loro. I poliziotti dissero che se avessimo testimoniato contro di loro ci avrebbero messe in prigione oppure ci avrebbero rotto le ossa e messe in una casa per prostitute. Dissero che non avevamo alcun posto in cui andare e che nessuno ci voleva perché l’ashram era chiuso. Feci la mia falsa deposizione con grande dolore.

Il giorno dopo la deposizione la polizia pensò che volessi scappare, così fui portata a casa di mia sorella a Thanjavur e sorvegliata dalla polizia. Dopo che le false deposizioni di noi dodici furono registrate dal tribunale venimmo a sapere che l’ashram era aperto, funzionava bene e tutti erano ancora lì. Mi dissero che a causa della difesa e del problema del DNA connesso alla mia ‘gravidanza’ dovevo presentarmi nuovamente in tribunale, ma ora mi sentivo forte e vidi una luce di speranza. Il giudice Banumathy disse che c’era un ordine della High Court di rifare l’analisi del mio sangue e mi sarei dovuta ripresentare. Colsi questa opportunità ed ebbi il coraggio di rifiutare, dicendo: « Perché devo dare il mio sangue? Swami Premananda non mi ha mai violentata e non ho mai avuto relazioni sessuali con lui. Voglio ritornare subito all’ashram! ». Il giorno stesso vi feci ritorno.

E’ una vergogna che pur avendo detto la verità, mia e di molte mie compagne che sono state vittime della polizia e avendo ritrattato quanto avevamo precedentemente affermato, ciò non sia servito a nulla. C’è qualcuno che ascolterà me, Kumari, Vellayamma, Lilismary, Mallika, Udaya e Pushparani? Oppure il tribunale stabilirà che dicevamo la verità quando parlavamo di violenze sessuali e mentivamo dicendo che eravamo state costrette a deporre contro Swami Premananda?

Preghiamo affinché vinca la giustizia. Sono disposta a presentarmi all’Alta Corte per esporre la verità, spero di poter contare sul vostro aiuto.


ARULJOTHY ACHYUTHAN