I NOSTRI UOMINI IN NERO
DI RAM JETHMALANI
Ram Jethmalani afferma che e’ giunto il momento di procedere ad una franca valutazione del sistema. Pubblichiamo questo intervento non per mancare di rispetto al sistema giudiziario ma nello spirito di un dibattito onesto e democratico.
Prima parte, pubblicato sul Deccan Chronicle del 15 giugno 2005
In qualsiasi città mi rechi non perdo l’occasione di visitare la più grande libreria e di dare un’occhiata agli scaffali. A New York e a Londra mi ha colpito un libro piuttosto grosso, il titolo richiamava l’attenzione ed era molto interessante per un avvocato che avesse particolarmente a cuore il funzionamento del sistema giudiziario e in particolare la composizione della Corte suprema del paese e la qualità delle sue sentenze. Il titolo era Our men in black e il sottotitolo era How the Supreme Court is destroying America.
In qualche modo resistetti alla tentazione di comprare il libro e solo recentemente, quando entrai in una nota libreria di Bangalore, ecco che fece nuovamente la sua apparizione aggressiva. Questa volta lo comprai e la lettura fu molto interessante. L’autore, Rush Limbaugh, è un eminente commentatore e giurista costituzionale e il libro ha una lusinghiera presentazione di Edwin Meese, avvocato generale degli Stati Uniti durante la presidenza di Ronald Reagan, che afferma: Our men in black è uno dei migliori libri sulla Costituzione e sul sistema giudiziario che abbia letto da molto tempo. Combina la storia, le leggi e gli eventi correnti in un esame estremamente interessante, profondo e avvincente di un terribile problema, l’intensificarsi degli assalti contro il processo costituzionale e la struttura governativa da parte di un settore giudiziario assetato di potere. Non c’è una fonte migliore di Our men in black per comprendere e rendersi conto della gravità del problema.
E’ incoraggiante sapere che il Parlamento, il corpo accademico e gli avvocati siano preoccupati della riforma giudiziaria. Lo scrivo con un senso di urgenza e di angoscia, ma in questa sede non posso pretendere di essere esauriente. Mi propongo di scrivere soltanto a proposito della Corte suprema e del modo in cui la giustizia penale viene amministrata da alcuni giudici di questa Corte. Non parlerò affatto della sete di potere cui fa riferimento Edwin Meese, discuterò soltanto dell’incapacità intellettuale di alcuni giudici che trattano giornalmente della vita e della libertà di cittadini sfortunati. Il potere della Corte suprema di punire gli oltraggi alla sua dignità ha scoraggiato molti dal fare una franca valutazione del nostro sistema giudiziario. Mi rendo conto che nell’esercizio della sua competenza in materia di oltraggi la Corte suprema ha stabilito che non è vincolata dalla Legge sugli oltraggi alle Corti e che la veridicità del giudizio espresso sui giudici non esenta dall’accusa di oltraggio. Comunque è tempo che qualcuno abbia il coraggio di parlare. Quello che segue non è certo lusinghiero per gli Uomini in nero, sono convinto che alcuni di loro abbiano disonorato la giustizia penale in questo paese e l’abbiano esposta al ridicolo da parte di tutte le persone benpensanti del mondo intero.
W dniu 5 kwietnia sędziowie Sądu Apelacyjnego B.N. Agarwal oraz H.K. Sema odrzucili apelację niejakiego Swamiego Premanandy w sprawie zarzucanych mu 13 gwałtów na dziewczynkach, które miał popełnić w latach 1990-1994 oraz zarzucanego mu zamordowania mieszkańca Aszramu, które miał popełnić między 10 a 17 kwietnia 1991 roku. Został on skazany na podwójne dożywocie oraz odmówiono mu jakiegokolwiek prawa do złagodzenia lub umorzenia kary, do czego mają prawo wszyscy więźniowie. Wbrew postanowieniom kodeksu, nie sformułowano osobnych zarzutów dotyczących każdego z zarzucanych mu gwałtów, jak również nie zapoznano go z datami, szczegółami i sposobem popełnienia przypisywanych mu czynów. Na każdym etapie przyjmuje się, że zarzuty były bardzo poważne, że sprzeciw został prawidłowo wniesiony w sądzie pierwszej instancji, a mimo to dowody na niewinność zostały w arogancki sposób zignorowane. Zarzuty same w sobie obejmują długi wstęp, w którym między innymi czytamy: oskarżony Premananda założył Aszram w miejscowości Melapachaikudi w 1989 roku i Aszram ten pełni rolę instytucji, w której przyjmuje się i otacza opieką kobiety i dzieci, o których mowa w rozdziale 376 Indyjskiego Kodeksu Karnego, paragraf 2; oskarżony twierdzi, że posiada moc czynienia cudów i rodzenia lingamów poprzez usta oraz materializowania wibhuti, ponadto oskarżony zawiódł wiarę, którą pokładali w nim uczniowie i mieszkańcy Aszramu, dopuszczając się oszustw oraz dopuszczając się zniewagi wobec kobiet oraz dopuszczając się gwałtu na osobach, które szukały schronienia w Aszramie.”
Il 5 aprile i giudici B.N. Aggarwal e H.K. Sena hanno rifiutato l’appello di un certo swami Premananda, in prigione per l’accusa di avere violentato fra il 1990 e il 1994 circa 13 ragazze e di aver ucciso un residente dell’ashram fra il 10 e il 7 aprile del 1991. Era stato condannato ad un doppio ergastolo e gli era stato negato il diritto alla grazia, cosa che è concessa a tutti i prigionieri. Contrariamente alle disposizioni di legge non era stata fatta nessuna accusa separata per ogni atto di violenza, né erano state rese note all’accusato le date e le particolarità di ogni atto di violenza.
Possiamo ammettere che le accuse siano state molto gravi, ma le obiezioni sono state sollevate durante il processo eppure la irregolarità è stata arrogantemente trascurata. L’atto d’accusa contiene un preambolo prolifico: “A1 Premananda ha fondato il Premananda Ashram nel villaggio di Melapachiaikudi nel 1989, una istituzione per ospitare donne e bambini secondo il testo della disposizione 2, sezione 376, del Codice penale indiano, e A1 dichiarando di possedere poteri miracolosi, di eseguire il lingothbhava e di materializzare vibhuti dalle mani e dalla bocca ha approfittato della fiducia che riponevano in lui i discepoli e i residenti dell’ashram per ingannare e oltraggiare la modestia delle donne e anche per esercitare violenza sulle residenti che si erano rifugiate nell’ashram.”
Già dal preambolo è chiaro che non sia stata supposta la violenza forzata e in particolare la violenza su ragazze minorenni. Secondo le accuse, così come sono state presentate, avrebbe dovuto essere assolto, perché il consenso di una ragazza è viziato e sarebbe mancato tale consenso soltanto nel caso in cui si fosse stato fatto credere alla ragazza che l’accusato fosse suo marito o fosse stata drogata. Questo non intende essere una nuova versione del caso del povero carcerato, ma lo è e io credo che avrebbe dovuto essere assolto.
Swami Premananda, che in origine dirigeva un ashram nello Sri Lanka, è emigrato nell’India del sud dopo i disordini etnici del suo paese di origine e ha fondato un nuovo ashram a Fathimanagar, circa 30 chilometri da Trichy, nel Tamil Nadu. L’ashram è situato su un terreno esteso e dispone di una scuola, una biblioteca, una sala di preghiera e una grande cucina. Nell’ashram vivono circa 500 persone e 200 di loro, 100 ragazzi e 100 ragazze, ricevono un’istruzione gratuita, vitto e alloggio. Ecco come un testimone dell’accusa, non della difesa, un certo Dinesh, ha descritto il funzionamento dell’ashram: “Nell’ashram i ragazzi e le ragazze erano mantenuti separati e la disciplina era severa. Durante i lavori e i rituali ragazzi e ragazze erano insieme, altrimenti erano nei posti loro assegnati. Le coppie sposate che venivano nell’ashram potevano stare insieme, uomini e donne non sposati dovevano stare separati. Le ragazze che stavano nella loro sezione potevano parlare fra di loro. I bambini che venivano con i genitori non dovevano limitarsi a stare con i genitori e a parlare con loro. Da quando hanno cominciato a funzionare gli ashram di Matale e di Fathimanagar il loro scopo era di diffondere la religione e il sentimento religioso fra la gente. All’ashram vi erano tre rituali. Vi erano regole severe e restrizioni. A1 e Divya pronunciavano discorsi nell’ashram. Persone esterne non hanno mai fatto discorsi nell’ashram.”
L’ashram funzionava completamente con donazioni di devoti riconoscenti, non si ricevevano donazioni dal governo o dallo stato. Le ragazze dell’ashram si sposavano anche all’esterno e a volte con stranieri. Fra gli insegnanti dell’ashram vi erano svizzeri, inglesi e persone di altri paesi che prestavano servizio disinteressato o attività missionaria. Le residenti a tempo pieno venivano chiamate Mataji. Molti stranieri venivano a sentire i discorsi e partecipavano alle altre feste celebrate regolarmente. La storia di violenze su ragazze minorenni, anche se vera solo in parte, si sarebbe diffusa a macchia d’olio, i devoti avrebbero disertato l’ashram, l’invio di fondi sarebbe cessato e l’istituzione sarebbe andata in rovina e avrebbe chiuso. Invece è fiorita.
Una delle ragazze dell’ashram era una certa Aruljothy e la sua storia illustra bene i fatti. Il 19 novembre 1994 la polizia aveva fatto irruzione nell’ashram e trasportato in due volte agli uffici della polizia una ventina di ragazze fra tutte quelle che vivevano nell’ashram.
Alla base della visita della polizia era una cospirazione di tre persone per denunciare quello che definivano misfatti accaduti nell’ashram. Uno dei tre, il personaggio principale, era un giovane di nome Anand Mohan, un dongiovanni disoccupato di Trichy, che dopo aver visto l’ashram era rimasto impressionato dal numero di matrimoni celebrati dalle residenti dell’ashram con persone esterne. Questo grande servizio sociale e il miglioramento delle condizioni degli orfani da parte dello swami lo aveva indotto a diventare un visitatore regolare. Ma durante queste visite è stato coinvolto in scottanti relazioni con due donne residenti. Una era Suresh Kumari che lo aveva contattato per ottenere un falso diploma scolastico, lagnandosi che non poteva averlo a causa di Swami. Anand Mohan aveva accettato di collaborare. La seconda donna era un’insegnante tedesca chiamata Ella. Egli aveva pensato di sposarla e di fare una carriera lucrativa da qualche parte in Europa. Ma Ella lo aveva deluso e per Anand era Swami il villano che aveva frustrato le sue ambizioni. Swami aveva detto a Ella che Anand era un ubriacone immorale e che il matrimonio sarebbe certamente terminato con un divorzio. Quindi Anand aveva un conto da regolare con Swami nella sua istituzione.
Il secondo personaggio era Mark Denis, un devoto americano che pretendeva di avere soldi da Swami. Anche se era stata depositata un’accusa secondo la quale Swami lo avrebbe imbrogliato con il denaro, egli non si era presentato a testimoniare. Aveva interrogato Suresh Kumari, ma lei non aveva parlato di sesso con Swami e ancora meno di violenza sessuale. Nell’ottobre 1994 i tre avevano deciso di distruggere lo swami e la sua istituzione. Suresh Kumari e gli altri due avevano lasciato l’ashram ed erano alloggiati per un certo tempo a casa di Anand Mohan.
In realtà, la presunta storia raccontata da Suresh Kumari era che aveva avuto rapporti sessuali con lo swami prima del 1991, a causa dei quali aveva lasciato l’ashram e cercato di raggiungere Chennai, dove aveva incontrato dei poliziotti che l’avevano riportata nell’ashram e affidata a sua madre. Né i poliziotti, né la madre hanno confermato la storia delle violenze sessuali.
Anand Mohan, Suresh Kumari e gli altri si sono presentati al quotidiano Hindu raccontando la loro storia, ma il quotidiano non ha trovato nulla che valesse la pena di pubblicare, allora hanno contattato l’Indian Express che ha pubblicato due articoli il 14 e 15 novembre. Un primo rapporto informativo è stato presentato da Suresh Kumari, ma non è stato un suo atto libero e volontario, bensì concepito in consultazione con una organizzazione femminile. Quello che Kumari aveva da dire era stato registrato su nastro da Anand Mohan e Kumari aveva registrato quello che altre ragazze avevano detto a lei, ma tali nastri sono scomparsi durante il processo. Comunque tali nastri e anche le dichiarazioni orali di Suresh Kumari e dei suoi compagni non contenevano nulla che l’Hindu ritenesse di dover pubblicare nell’interesse pubblico. In sostanza il primo rapporto informativo è stato presentato al quotidiano Hindu, ma sorprendentemente nessuno dell’Hindu è stato interrogato o esaminato durante il processo.
Su questo sfondo è facile comprendere la storia di Aruljothy. Da quando aveva due anni era stata allevata nell’ashram di Swami nello Sri Lanka e quando Swami era emigrato in India lo aveva seguito con altri bambini dell’ashram. Prima era vissuta a Trichy e dopo tre anni era andata nella sede attuale di Fathimanagar. Nel luglio 1996, quando ha testimoniato, aveva 21 anni. Otto anni prima sarebbe stata violentata nella sua stanza dove dormiva accanto a un’altra ragazza, ma non si era lamentata con nessuno.
Dopo tre anni Swami aveva avuto una seconda volta rapporti sessuali con lei. Dopo un altro anno Swami l’aveva chiamata nella sua stanza ma non era andata. A causa di questo, alla presenza di più di 200 persone, Swami le avrebbe tirato i capelli, l’avrebbe gettata contro il muro e l’avrebbe colpita agli occhi con un bastone. Aveva confessato un quarto rapporto sessuale cinque giorni prima dell’arresto di Swami il 19 novembre 1994, ammettendo di non aver mai parlato a nessuno di questi rapporti forzati. Un’ora prima dell’arresto Swami le avrebbe detto che sarebbe tornato presto e di tenere la bocca chiusa. Mentre era in custodia della polizia aveva scoperto di essere incinta e il 21 febbraio 1995 aveva abortito. Nel contro esame della difesa tutte le varie fasi della storia che era stata montata per Aruljothy erano state scoperte con grande chiarezza. Il 19 novembre 1994, quando la polizia aveva fatto irruzione nell’ashram in gran numero, aveva chiesto chi fossero le ragazze che erano state vittime di Swami. Nessuna delle ragazze, inclusa Aruljothy, lo hanno accusato. Due giorni dopo Aruljothy è stata prelevata dall’ashram e trasportata agli uffici della polizia di Pudukottai. Quando le è stato chiesto se Swami aveva avuto rapporti con le ragazze ha risposto di no. Durante il processo ha detto: “Né io né le altre ragazze abbiamo detto qualcosa alla polizia, non abbiamo detto nulla riguardo rapporti sessuali fra noi e l’accusato A1”. Quindi durante tre giorni di interrogatori Swami non era mai stato implicato.
Le ragazze sono state sottoposte a visita medica, durante la quale è stato costatato che lei aveva avuto rapporti sessuali. Lo aveva detto al medico, ed era stato registrato nei documenti dell’ospedale che ciò era dovuto al fatto che aveva avuto contatti per cinque anni con una persona conosciuta. Quando le è stato chiesto a chi si riferisse con tali parole aveva risposto che aveva mentito al medico. Invece del campione di urina aveva dato al medico dell’acqua di rubinetto. Non si ricordava quali altre bugie avesse detto al medico. Conosceva Swami da 15 anni ma la descrizione registrata in ospedale non si riferiva a lui. L’accusa ha ammesso che la registrazione dell’ospedale fosse corretta. Allora la polizia ha ottenuto da lei un’altra deposizione dopo l’esame medico; nella deposizione registrata dalla polizia non ha menzionato nessuno degli atti di violenza citati durante il processo, ma ne ha confessato un altro completamente diverso, soltanto uno, non quattro. Ha dichiarato che un giorno alle 3 del pomeriggio aveva fatto sesso con Swami nel tempio, ma con il suo consenso. Non ha indicato la data, il mese o l’anno di questo singolo rapporto.
Ha ammesso però che all’epoca aveva 19 anni. Questo fatto, ammesso che fosse stato vero, non avrebbe costituito una violenza sessuale. Ma è ovvio che la pressione della polizia si stava facendo più forte e avevano cercato di ottenere da lei almeno questa ammissione non molto utile. Avrebbe certamente danneggiato l’immagine di Swami come personaggio spirituale, ma in base a questa storia non sarebbe stato possibile costruire l’accusa di violenza sessuale.
Seconda parte, pubblicato sul Deccan Chronicle del 16 giugno 2005:
"QUANDO LE PROVE VENGONO MANIPOLATE"
Dopo circa due mesi, nella terza settimana di gennaio 1995, la polizia ha ottenuto un’altra deposizione da Aruljothy, nella quale ha ammesso un'altra occasione di sesso con Swami Premananda, ma ancora una volta ammettendo che era un atto consensuale. Così dopo altri due mesi di pressioni la polizia è riuscita ad ottenere da lei qualcosa che era dannoso moralmente, ma inutile legalmente.
La scioccante verità sul modo in cui la polizia ha ottenuto queste menzogne è uscita allo scoperto quando hanno commesso l’errore di inviarla da un magistrato per registrare la sua deposizione ai sensi della sezione 164 del codice di procedura penale. Ovviamente la polizia pensava che avrebbe ripetuto al magistrato le stesse falsità, mentre lei ha scoperto le carte e ha confessato al magistrato che la polizia aveva picchiato le ragazze prima che accusassero lo swami.
La difesa ha inoltre accertato che in tutto questo periodo aveva detto alle persone responsabili dell’Udavum Karangal, dove le ragazze erano tenute costantemente in custodia dalla polizia e che in pratica era un ufficio di polizia, che era stata messa incinta non dallo swami ma da qualcun altro.
Quando, dopo essere stata picchiata dalla polizia, ha accettato di accusare lo swami, ha dovuto scrivere una lettera di scuse a Vidyasagar di Udavum Karangal, dicendo che era spiacente di avergli sempre mentito e attribuito la sua gravidanza a un’altra persona.1 Durante il processo la polizia ha ottenuto prove basate sul DNA dall’Hyderabad Forensic Laboratory per dimostrare che Swami era il padre del feto abortito da Aruljothy. Mai un esperto è stato così demolito dal contro interrogatorio della difesa. E’ stato dimostrato che i suoi risultati erano una miserabile mistificazione. Quando gli è stato mostrato che il supposto esame del feto non era stato eseguito usando enzimi riconosciuti che avrebbero identificato gli elementi polimorfi ha alzato le braccia dicendo che tutto l’esperimento era stato eseguito dal suo associato che era il solo a poterlo spiegare. Il feto è stato esaminato anche dal dottor Wilson Wall, un esperto dell’Home Office di Londra, il quale ha dichiarato che Swami non era certamente il padre del feto. Ma uno scienziato rispettabile di fama internazionale, che era venuto a testimoniare quando in India non erano disponibili altri esperti, è stato scartato con la scusa di portare delle prove che interessavano la difesa.
L’obiettivo di questo articolo non è quello di dimostrare in quale modo scorretto il tribunale abbia condotto il processo contro Swami, ma di mostrare come tre Corti abbiano consentito che le ragazze venissero picchiate per ottenere una deposizione che permettesse l’accusa.
Celem niniejszego artykułu nie jest przedstawienie nieuczciwości i niesprawiedliwości, z jaką sąd potraktował sprawę Swamiego. Celem jest pokazanie, w jaki sposób trzy sądy usankcjonowały pobicie dziewcząt, by uzyskać obciążające zeznania świadków.
Possiamo citare un episodio decisivo: era necessario inviare un campione di sangue di Aruljothy in Inghilterra per alcuni test sulla paternità del feto, ma la prima Corte aveva rifiutato la richiesta. L’Alta corte aveva cambiato parere e aveva ordinato di chiamare Aruljothy e di fare un prelievo di sangue. Il 24 marzo 1997 la polizia l’aveva condotta in tribunale ma quando le è stato chiesto di fare un prelievo si è rifiutata. Quando le è stato chiesto il motivo ha detto di non aver mai avuto relazioni con Swami ma soltanto con Satish. La Corte riluttante ha registrato questa dichiarazione, ma l’accusa ha negato il contro interrogatorio, così l’ultima rivelazione della verità non è stata accettata dall’accusa.
Questa verità era coerente con le sue precedenti dichiarazioni, compresa quella al medico e quella al guardiano di Udavum Karangal, inoltre era stata completamente corroborata dell’esperto dell’Home Office.
La detenzione per l’accusa di violenza sessuale su Aruljothy è stata mantenuta dalla prima Corte, dai due giudici dell’Alta corte e dai due giudici della Corte suprema. Invece di essere mandati in galera, i poliziotti hanno ricevuto encomi e promozioni e il volto della giustizia penale indiana è stato screditato per sempre.
Ai due giudici è stato contestato che il fatto di picchiare un testimone e fare in modo che accusi qualcuno non è soltanto un grave reato ai sensi del codice penale, ma rende la testimonianza inammissibile perché sono state violate le garanzie procedurali della sezione 163 del codice di procedura penale. In tutte e tre le sentenze si ammette che le ragazze siano state picchiate prima di accusare lo Swami. Ma che importa, hanno detto.
Curiosamente nella sentenza della Corte suprema non si cita neppure questo grave fatto e oggi i miei studenti nella facoltà di legge e i devoti di Swami in tutto il mondo si chiedono: “La legge indiana permette che i poliziotti picchino i testimoni e permette che la Corte proceda in base a queste prove contraffatte?” La mia unica risposta è che la nostra legge e il nostro sistema giuridico sono civili, ma alcuni uomini in nero che non hanno esperienza o comprensione del sistema, che in tutta onestà e coscienza dovrebbero rinunciare ad ascoltare materie complesse di diritto penale, stanno creando una brutta fama.
Questo fatto esige che si esamini a fondo il metodo di selezione dei giudici della Corte suprema.
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1 Aruljothy è stata sotto custodia della polizia per tre anni. In quel tempo è stata picchiata e forzata dalla polizia a dire che era stata violentata e messa incinta da Swami e che chiedeva l’aborto. Soltanto dopo essere ritornata nell’ashram ha potuto spiegare quello che era accaduto realmente e che non era mai stata incinta. Soltanto allora abbiamo saputo la vera storia. Tuttavia tali fatti non sono mai stati accettati dalle Corti come dichiarazioni legali o ufficiali. Jethmalani ha fondato le sue argomentazioni su deposizioni registrate prima, durante il processo, secondo le quali si era dichiarata incinta e discute su questa base.
